DIARIO RAME2020

Come il teatro nutre le Radici del Mediterraneo

di Irene Tacconi

Durante il festival RaMe2020 abbiamo conosciuto Irene, studentessa di Antropologia all’Università di Bologna, che ci ha lasciato un diario: impressioni, punti di vista e considerazioni acute e precise sui laboratori teatrali, sul progetto Y.I.A.S. e sugli spettacoli del festival. Abbiamo pensato di condividerlo, spinti dall’idea che fosse una cosa bella rivivere tra le pagine di un testo un’esperienza vissuta in prima persona, attraverso la memoria. Oppure immaginare di essere stati lì, lasciandosi suggestionare dal racconto e dalla propria immaginazione.

Buona lettura!

Queste impressioni hanno origine prima di tutto dalla mia non-esperienza nel teatro. Ero un’estranea: capitava che andassi a teatro, e sì, mi succedeva di rimanere colpita da una forza, da una voce, da una movenza…ma spesso, rimanevo anche interdetta. Spesso non sentivo una connessione, quella tra me, spettatrice, e l’attore. La quarta parete era tutta lì, integra, fastosa. Eravamo lontani, non solo fisicamente: l’attore non mi dava in custodia, per quell’ora o più, la sua viscerale intimità. Così quasi pensavo di avere io la sconsideratezza di pretenderla.

La quarta parete, un giorno, pochi mesi fa, cadde anche per me. Un corso del DAMS dell’Università di Bologna mi diede quella spinta necessaria, che spesso si trova tramite qualcosa di pratico, un laboratorio teatrale o una disciplina artistica. Io la trovai nella teoria, nella visione di documentari e nella lettura di estratti di alcune pubblicazioni. La trovai lì, nella mente, perché non ero pronta per tuffarmi anche con il corpo, in questa fessura. La mente schiacciava il freno e in ogni caso, la fessura era ancora troppo stretta.

5 agosto

Sono in viaggio per la Calabria, destinazione Melissa, grazie all’incontro con il Teatro Ridotto, in particolare con Lina Della Rocca. A luglio, infatti, ho iniziato il tirocinio universitario proprio in questo teatro e lì, durante una colazione al bar di Lavino di Mezzo, ho conosciuto Simone Bevilacqua, regista di Teatro Ebasko.

Il mio primo incontro in terra calabrese avviene alla stazione di Torre Melissa: Alessandro di Teatro Ebasko mi è venuto a prendere con il furgone per accompagnarmi a Melissa, il borgo che mi ospiterà durante questa settimana. Mi parla della sua storia, in particolare dello spopolamento che negli anni ‘90 si è abbattuto sulla città e della sua geografia; poi mi chiede: “cosa ti ha spinto qui?”

Arrivati all’Area Festival conosco Marzia, sempre della compagnia, che mi accoglie con un grande sorriso, donandomi la borsa di tela di RaMe2020 dentro la quale trovo il programma del Festival, una lettera di benvenuto e un foglio con le norme da seguire per via del COVID-19, il tutto tenuto insieme da una spiga di grano. Marzia mi conduce poi alla palestra della scuola elementare, dove si stava già svolgendo il laboratorio della Compagnia Icore.

Sento una musica ambient provenire dall’edificio, mi avvicino e ascolto meglio: sembra del vento, un vento molto forte. Vedo una distesa di scarpe di fronte a me, le togliamo entrambe ed entriamo, accomodandoci a fianco dei tanti ragazzi già seduti vicino alla parete. Sono quattro i più distanti, muovono passi lentissimi e hanno gli occhi chiusi. Chissà se anche loro avvertono, come me, una sorta di bufera. Una ragazza (Ilaria) ha la schiena ricurva, il suo volto appare molto affaticato. Me l’immagino lottare contro una montagna rocciosa. A un certo punto un’altra ragazza tocca il muro. È arrivata, può aprire gli occhi. Lo spaesamento giunge a termine.

Inizia il secondo esercizio che consiste nel sentire l’energia tra i due indici della mano e una volta focalizzati su quest’energia, i partecipanti sono invitati a spostarla su una pallina: proprio come se le mani stessero toccando e percependo fisicamente questa palla. Le mani non si devono mai toccare, bisogna concentrarsi sul processo. Dopodiché il conduttore dell’esercizio afferma: “Fatevi spostare dal magnetismo”. Ci sono ragazzi che piano piano si alzano, chi si fa dirigere da questa strana energia muovendo il ventre, chi è vittima di contorsioni, altri sono presi da impulsi che scatenano nei loro corpi una danza. Ormai sono quasi tutti in piedi e la musica aumenta sempre più di volume. Leonardo raccomanda di mantenere sempre i due punti di energia, ma aggiunge: “Toccherò con il dito un punto preciso del vostro corpo e questo sarà un nuovo punto di attrazione.” L’indicazione successiva è la seguente: “Ad ogni battito di mani il pavimento attrae o respinge.” Vedo della sofferenza, della fatica nelle loro cadute, poi più lontano invece scorgo qualcuno che sembra accarezzare il pavimento con tutto il corpo. Quando Leonardo urla: “RESPINGE!” subito saltano da terra, alzano le mani verso il soffitto, ma sembra che puntino proprio al cielo, altri sembrano quasi elettrizzati.

I ragazzi di Icore spiegano che quest’esercizio è ispirato alla danza con i morti giapponese. Infine, parlano di rigenerazione del corpo: prima di concludere il laboratorio è importante che i partecipanti si concentrino sul respiro e sugli oggetti intorno a loro. Lasciano i ragazzi con il compito di immaginare una farfalla sul mare sconfinato e di proporre la loro visione durante il laboratorio del giorno dopo.

Dopo il laboratorio ci incamminiamo su per le ripide vie di Melissa alta per partecipare al secondo incontro dello Y.I.A.S. (Young International Art Symposium) al Museo del Vino. Il progetto Y.I.A.S. era stato presentato il giorno precedente, perciò Fulvia (Teatro Ebasko) fa un riassunto per le ultime arrivate, Sofia ed io. Simone evidenzia il fulcro dell’incontro esprimendo la necessità della figura del mediatore: non esiste, infatti, per quanto riguarda il mondo del teatro, una figura extra- artistica che faciliti la connessione tra l’artista e lo studioso/critico e viceversa. Viene anche sottolineato, tra le altre cose, come il mediatore debba avere una formazione antropologica, sociologica o pedagogica. Rimango molto incuriosita e aspetto il prossimo incontro.

Cala la sera e ceniamo tutti insieme nella mensa della scuola. Poi si alza la musica, arrivano i balli nel cortile e vengo a conoscenza del gioco “lo conosci Mario?”: non posso svelarvi nulla qui, è uno di quei giochi che vive nella tradizione, ma se qualcuno un giorno vi farà questa domanda, mi raccomando, rispondete: “Mario chi?”.

6 agosto

Stamattina la sveglia è alle 8:00, la colazione viene direttamente servita nel cortiletto della casa. Dimenticavo! Vi presento la casa dove alloggerò nei prossimi giorni, con le ragazze che partecipano alla residenza culturale: Casa Kyma, in salita Matteotti. Mangio due fette di ciambella, che poi scopro essere stata sfornata da “Mamma RaMe”, la chef del Festival.

Mi dirigo con i partecipanti al laboratorio di Teatro Ebasko. Simone si rivolge ai ragazzi spiegando quanto sia importante, in uno spettacolo, rompere la routine, spiazzare lo spettatore e non mostrare fatica. Dice proprio: “Camuffate la fatica, possedetela!”, infatti, deve diventare qualcosa di normale agli occhi dello spettatore.

Simone ricorda che nei giorni precedenti hanno già lavorato sulla figura dell’attore, poi sulla costruzione del personaggio: ora si metterà in campo il proprio spirito, si lavorerà sulla persona e sulla sua sincerità.

I ragazzi sono in cerchio nel mezzo della palestra: stanno contando, uno alla volta, fino a venti. Arianna urla “uno”, Tommaso dice di fretta “due” …e così via. È necessario ascoltare l’altro, nelle loro voci si coglie la paura di sovrapporsi e Simone, infatti, li esorta ad essere più fluidi, più armoniosi, e dopo alcuni tentativi, si arriva al: “venti!”

Simone descrive l’incontro della compagnia con una danzatrice indiana: ci dona l’immagine di una danza di tre ore durante le quali questi danzatori cantano, suonano e girano su se stessi e allo stesso tempo in cerchio (come i pianeti). L’esercizio successivo è ispirato a questa danza; è Marzia a mostrarcela: dopo aver inspirato con le mani giunte (Pranamasana, posizione di Hatha Yoga), inizia a girare verso sinistra su se stessa, creando con le mani dei movimenti concentrici. Lo sguardo non mette a fuoco lo sfondo, continua a concentrarsi sulla bolla creata dalle mani. Marzia intervalla momenti veloci ad altri lenti; per riprendere la calma, pone le mani sul ventre e poi sul cuore. Non ricordo chi, se Simone o Marzia, parla del senso di raccolta, di contenimento, che si crea e che interessa maggiormente lo spettatore, rispetto ad un’esplosione. Il primo gruppo di ragazzi prende spazio nella palestra, distanziati l’uno dall’altro. Iniziano a muoversi, seguendo le indicazioni di Marzia, ognuno con una cura diversa. Alcuni accarezzano o avvolgono, nella danza, un’invisibile creatura. Qualcuno sembra proprio ballare, in compagnia, questa musica popolare. C’è chi appare coinvolto in un gioco, chi sembra molto concentrato, chi quasi posseduto. All’improvviso prima una ragazza, poi un’altra, cedono e i loro corpi toccano terra. Marzia e Simone si assicurano che stiano bene, mentre la musica inizia ad abbassarsi fino a spegnersi del tutto. Alessandro continua a ballare.

I ragazzi, a coppie, ora si guardano negli occhi: quant’è preziosa questa connessione? Alla fine del contatto vedo dei sorrisi sinceri o un abbraccio. Tocca al secondo gruppo: mi accorgo della delicatezza e del ritmo che possiede Aurora (Compagnia Icore), noto movimenti più meccanici, altri più dolci, corpi tesi, piedi saldi… vengo catturata da Tommaso che gira sempre più veloce, come una trottola. Ho giramenti di testa solo a vederlo! Nel frattempo, il sole non illumina più la palestra e l’atmosfera si fa più cupa. Mi sento molto rilassata: la cura e la passione che trasmette questa danza mi hanno donato un po’ di pace.

Una volta in cerchio si parla delle proprie impressioni. I dieci minuti di danza ai partecipanti sono sembrati molti meno. C’è chi ammette di avere la sensazione di rigurgito, chi invece ha provato grande serenità… quel che è sicuro è che il corpo è stato messo in difficoltà. Simone chiede: “Avete visto qualcosa?” Chi risponde “una volpe”, da destra una voce sussurra “una donna anziana”, chi racconta infine di aver avuto la sensazione di tornare ad essere bambini. Simone rivela che è comune immaginare dei paesaggi…

Durante il pomeriggio i ragazzi mostrano le partiture create nei giorni precedenti, basate su un contrasto tra corpo e voce. Simone ricorda ai ragazzi le parole di un maestro della compagnia “kill your darlings” ovvero “distruggi i tuoi tesori”. Il consiglio è di non affezionarsi alle proprie creazioni: per arricchirsi bisogna saper stravolgere. Riesco a seguire alcune partiture prima di andare a organizzare il pranzo con Martina (Teatro Ebasko). Alla volta di Alessia, Simone le dice che gli è piaciuta la posa delle braccia alzate, con le mani ammanettate verso il cielo, anche se a lei ricordava la nascita di un germoglio. Simone chiede ad uno ad uno ai ragazzi di leggere i versi di una poesia, scritta a mano su un diario:

Dall’abisso del mare venne la notte

e dalla notte il giorno

una schiuma bianca sorse

dove la pelle immortale toccò l’acqua.

Tra le onde una bella fanciulla prese forma

Subito dopo, Agata condivide una canzone: mi sembrano parole sudafricane e di colpo sono volata, forse nel deserto, forse in una caverna, in un luogo più vicino alla terra. Questa canzone viene scelta come momento di formazione del gruppo, di unione di corpi. Agata, che aveva iniziato a camminare sola verso il centro della palestra, viene raggiunta dagli altri, a passi lenti. Marzia propone l’idea di inserire le statue mentre si avvicinano: Agata canta, intorno a lei vi sono corpi trasformati in statue, si muovono lentamente, chi si trasforma in totem, chi nel personaggio di un mito, chi in una persona casuale, ma ricordano tutti gesti e pose di un passato lontano…

Il processo di costruzione dello spettacolo continua: gli attori, una volta giunti al centro vicino ad Agata, si voltano piano verso lo spettatore, Beatrice si fa spazio ed emerge dal gruppo, avanza qualche passo e recita i versi della poesia. Ora entra in scena la partitura creata da Elisabetta, che tutti, tranne Beatrice, cercano di fare propria: arriva una scintilla e la prendo al volo, questa scintilla entra nel mio corpo, io la coltivo, infine la soffio via… intanto Beatrice mette in scena la sua partitura.

Alle 18 circa siamo in Piazza Gramsci, a Melissa bassa, e sta per iniziare lo spettacolo/inaugurazione creato da Teatro Ebasko e dai partecipanti di Casa Kyma. Al richiamo della tromba gli attori si dispongono a semicerchio, sfruttando la circolarità del mosaico nella pavimentazione della piazza. Le performer, Alessia e Chiara, si trovano al centro e iniziano a ballare e al microfono Tommaso crea suoni onomatopeici, così che mi sembra un fumetto dal vivo, un fumetto danzante e buffo.

Finita la danza, scambio qualche chiacchiera con Fulvia, che da pochissimo ha iniziato a salire sui trampoli e mi rivela: “Stare sui trampoli per me è come nuotare nell’acqua del mare.” Rimango colpita dalla metafora, lei ammette che il mare ha da sempre avuto un’importanza significativa nella sua vita. Mi racconta invece che Simone li vede come uno strumento di comunicazione tra terra e cielo, proprio dell’attore. Io non sono mai salita sui trampoli, ma sarei curiosa di avvertire il peso della sospensione, dell’aria. Quando si è con i piedi a terra quasi non ci si accorge dell’aria.

7 agosto

I ragazzi sono andati al mare a Torre Melissa questa mattina. Io ho appena finito di sanificare la casetta. Inizia il Festival proprio oggi!

Ieri sera l’inaugurazione si è conclusa con una parata da Piazza Gramsci sulla strada verso Melissa alta. Marzia e Alessandro aprivano la strada sui trampoli e a seguire alcuni giovanissimi e ragazzi della banda musicale di Melissa, i partecipanti e gli spettatori, tutti gioiosi e danzanti sulle note di Funky Town di Lipps Inc.

Martina ed io li vediamo arrivare dall’alto dell’Area Festival, dove avremmo servito di lì a poco la cena. Una volta giunti a destinazione, molti ragazzini si fermano tra i trampolieri a fare foto e a chiacchierare, guardandoli dal basso verso l’alto, stregati da questa magia. Un’altra magia però attendeva la folla: l’installazione permanente “Portale luminoso” creata da Kaneko Studio, ovvero Stefano e Debora, che hanno costruito anche la colorata scenografia dell’Area Festival.

Durante la mattinata seguo le prove di “Fragalà” di Teatro Ebasko. Siamo al Museo del Vino: le voci di Marzia, Alessandro e Domenico si amplificano a tal punto da percepire delle vibrazioni. Nei ruoli di Angelina Mauro, Francesco Nigro e Giovanni Zito, i tre contadini melissesi uccisi dalla celere durante le lotte dei braccianti del ’49, i tre attori si muovono nello spazio delimitato da un filo di Arianna rosso. Lo spettacolo si apre con parole decise e ripetute, calpestate l’uno dall’altro, mentre le zappe lavorano: “Terra e pane, la gente c’ha fame. Terra e pane, la gente c’ha fame. Terra e pane, la gente c’ha fame.” Gli occhi pieni di Domenico e lo sguardo di Alessandro verso di me, a lato e dietro, verso spettatori invisibili, mi colpiscono subito. Le prove continuano, lo spettacolo si ripete per due volte.

La sera, dopo la cena, inizia “Fragalà” in Piazza del Popolo. Dopo qualche minuto dall’inizio, i tre attori stanno indietreggiando: vedono, in lontananza, la celere avvicinarsi. D’un tratto, i corpi di Domenico e Alessandro cadono a terra.

Noto tra le ombre dei corpi senza vita delle sfumature rosse, create dalle luci. Marzia conquista lo spazio, la sua voce e i suoi occhi sono colmi di odio, di disperazione e spara sulla folla, ad ogni sparo urla un nome: sono i nomi delle vittime dell’eccidio di Fragalà e delle rivolte contadine del sud-Italia. La sua forza espressiva e le potenti urla mi fanno sentire indifesa e legata. Vorrei implorare con lei “basta… basta… basta…” e aiutarla a sventolare la bandiera rossa.

Così, di colpo, mi precipitano addosso i versi di una poesia – che poi scopro essere di Pavese, Luna d’agosto – mentre il corpo di Marzia si contorce e si ritorce, sembra un corpo infermo, debole… a un tratto scorgo la luna, ramata, mentre Marzia, che indossa un abito nero con un drappo rosso, ora sta versando del vino ai due contadini, seduti insieme al tavolo.

Al momento dello spettacolo di Nando Brusco, “Tamburo è voce… battiti di un Cantastorie”, la piazza si riempie di suoni evocativi e insieme di storie, “trasmesse dal mare alla terra”. Nando narra di culti, di popoli, di leggende. Sono narrazioni impregnate di povertà, di fatica e di forza…la voce del tamburo fa vibrare i presenti ed io rimango catturata dai tocchi del cantastorie sul tamburo a cornice, come soavi carezze con i polpastrelli della mano e poi, con le unghie.

L’atmosfera mitologica della serata si conclude, ma per Melissa è ancora presto per coricarsi. Ci accoglie, sempre tra le scalinate della piazza, per la visione del docu-film di Domenico Pizzulo, “E poi si vede”. Domenico ci regala fotografie di luoghi desolati in Irpinia, terra che in anni recenti continua ad essere abbandonata. Anche Domenico, racconta, ha lasciato la sua casa natale per trasferirsi a Bologna. Nel documentario ci parla in prima persona, ci fa entrare nella sua vita, tra i suoi amici Geremia e Francesco, tra i luoghi più familiari… ma il problema, per molti, è che lì “è sempre la stessa storia.”

Ha un sapore amaro l’abbandono di terre immerse nella natura, terre dislocate, per andare in città. Penso a Melissa e alla sua calma, alle sue tradizioni radicate nella terra, nelle pietre delle case, nelle persone. Mi sento protetta qui… dalla frenesia della città, dal suo conformismo, dai suoi negozi, dal suo cemento.

Penso allo scambio: sta morendo. Sento che rivive nei piccoli paesi, come a Carpignano nel Salento, grazie all’Odin Teatret e all’esperienza del baratto e qua a Melissa, grazie al Teatro Ebasko e alle residenze culturali. Credo fortemente in queste realtà alla ricerca di una sincera condivisione, o di un desiderio di ripopolare e riqualificare un territorio.

Nel frattempo, mentre mi perdo in pensieri, la piazza di Melissa alta cambia volto nella notte: finiti gli spettacoli, dalle sedie del bar di “Jack” si alza Tommaso, uno dei partecipanti della residenza, e apre le danze con il suo ukulele. Saremo una quindicina di persone, tra noi ragazze e alcuni melissesi, e Tommaso ci coinvolge in canzoni blues; poi, spuntano canti popolari. I melissesi parlano spesso in dialetto: quando arriva il momento delle barzellette diventa più ardua la comunicazione, ma qualche bicchiere di vino aiuta tutti ad unirci in risate. Domenico ci raggiunge e inizia a cantare “A me me piace ‘o blues” di Pino Daniele, Nando lo accompagna con il tamburo. Poco dopo, si aggiunge Simone con la traduzione di un pezzo in dialetto.

8 agosto

La mattina sento un clacson e al grido “Brioche!” mi alzo subito dal letto, esco fuori e saluto le altre ragazze, ancora tutte un po’ addormentate come me. Il signore dal suo furgoncino bianco vende brioche farcite, pizzette e pane. Dopo la colazione mi dedico sempre alla sanificazione della casa, e verso le 10:30 raggiungo i ragazzi al laboratorio di Icore.

Quando entro, sono in cerchio che camminano distanziati e fluidi. Una voce spiega: “cercate di mangiare la persona di fronte a voi, mantenendo la distanza”, i ragazzi assumono le posizioni di combattimento studiate in precedenza, posizioni che vengono proiettate sugli altri e che cambiano ad ogni battito di mani. Gli occhi di alcuni ragazzi sono convinti e quasi allucinati; ma dopo quindici, venti pose, avverto dell’insicurezza in loro. Non dev’essere facile mantenere la concezione dello spazio e allo stesso tempo creare pose diverse. Leonardo li sprona: “occhi come lance, mani come archi!”. Nel secondo esercizio si vogliono esplorare i limiti del corpo umano, attraverso la flagellazione, intesa come atto purificatore e catartico, che rappresenta sia la vita, sia la morte. Mentre i due ragazzi di Icore si spiegano, i partecipanti si dispongono a rombo e sistemano i flagelli bianchi a terra di fronte a loro.

Durante la merenda, portata da Noemi, collaboratrice di Teatro Ebasko, Leonardo e Daniel riflettono con i ragazzi sullo spettacolo che vanno ricreando: a partire dalla contrapposizione tra la figura del carnefice e della vittima, si riflette sul periodo di lockdown che ha costretto quasi tutti a fermarsi e ci ha donato tempo, innanzitutto, tempo per pensare. Daniel insiste sulla rivendicazione della staticità.

Il boia, figura esemplificativa, presente nello spettacolo, è ambiguo, perché è sia vittima che carnefice. Il boia non avverte il dolore, pretende sempre di più, non si ferma, corre. Non medita, non stravolge la sua routine, continua a scappare, dai sogni, dalla magia, dalla terra che scalda. Lui non la sente. Siamo tutti un po’ boia.

Martina ed io serviamo il pranzo: oggi c’è la pasta al forno accompagnata da carote e zucchine in padella. Dopo aver soddisfatto anche chi voleva il bis, mi siedo vicino a Simone, Ilaria ed Alessandro. Ilaria è curiosa di sapere quale può essere un buon percorso nel teatro sociale e Simone risponde parlando della sua esperienza, consigliando il Teatro dei Venti di Modena e portando l’esempio della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo… il discorso tocca i problemi delle carceri, della relazione tra i detenuti e gli agenti, delle loro mancanze ma anche della loro presenza, visto che spesso sono gli unici a condividere tanto tempo con i detenuti. Simone racconta di aver conosciuto un agente che scriveva poesie sul carcere e sulle persone internate. Ci riferisce poi, che dalla sua esperienza, le donne hanno più difficoltà a gestire la vita in carcere, infatti non è riuscito a seguire alcun progetto teatrale con la sezione femminile. Dice di aver capito che le donne “si lasciano andare di più in quel determinato contesto…”

Nel pomeriggio ci dirigiamo con la corriera verso il lungomare di Torre Melissa: lì conosciamo Giulio Votta, del Teatro Proskenion, che già nel personaggio ci viene incontro per accoglierci: ne “Il Circo di Pongo” Giulio veste i panni di un clown vagabondo che incanta e diverte grandi e piccini con magie e giocoleria. Le due bimbe coinvolte dal clown sono molto spigliate e allegre e la gag riesce ancora meglio!

Lo scenario e l’atmosfera cambiano: saliamo verso la Torre Aragonese, spazio scelto per lo spettacolo itinerante con Mario Barzaghi, “Frammenti Divini di un Viaggio in Inferno” di Teatro dell’Albero. La torre è dorata in questi minuti che precedono il tramonto. Alessandro ci fa accomodare all’interno: al centro vediamo l’attore intento a recitare i versi dell’Inferno della Divina Commedia, combinando la parola dantesca con un linguaggio quotidiano, quello dell’attore-protagonista rimasto orfano che invoca la madre. Quel che mi più affascina sono dei movimenti precisi, una mimica incarnata dall’attore durante tutto lo spettacolo: scopro, così, il kathakali, una forma di “teatro-danza” di tradizione indiana, del sud del Kerala. Rimango molto incuriosita soprattutto dalle espressioni del suo volto, dalla maniera compulsiva in cui muove gli occhi e l’area periorbitale… mi appare come un linguaggio a sé.

Lo spettacolo viene adattato sui tre piani circolari della torre che ricordano i gironi dell’Inferno e si conclude con l’attore che, correndo, scompare dalla nostra vista. Poco dopo, si sente una voce provenire dalla base della torre: ci affacciamo al cerchio interno della struttura e illuminato da una luce rossa, eccolo lì.

Lo spettacolo documentaristico serale, scritto e diretto da Irene Di Lelio, “LA BEATRICE”, risulta differente dagli altri, poiché sviluppa una tematica intima e delicata, il tumore al seno. L’attrice protagonista, Carlotta Mangione, instaura un dialogo con il figlio che fa da cornice alla scena, dialogo a tratti tormentato, a tratti leggero e dolce, come la musica del clarinetto di Gabriele Silvestri. Il loro dialogo si interrompe, più volte, per dare spazio direttamente alle molte donne che ne hanno sofferto, donne che la compagnia Linee Libere ha conosciuto e con cui ha collaborato nell’Ambulatorio di Medicina Integrata dell’Ospedale di Ortona. Da questo incontro sono nate delle registrazioni audio: sono le loro voci a parlarci. La scena, durante tutto lo spettacolo è illuminata da tante lampadine distese a terra che alla fine l’attrice, travestita da Pulcinella, affida lentamente una ad una agli spettatori più vicini.

9 agosto

Si dorme solo quattro ore, perché la sera, finiti gli spettacoli, il dj-set di Bidon Dyvine Squatters invade l’Area Festival e si balla musica techno con le proiezioni sullo sfondo di Kaneko Studio.

Stamattina ci siamo ritrovati per l’incontro Y.I.A.S., al quale, oltre ai ragazzi della residenza, erano presenti Irene di Lelio, lo studioso Vincenzo Sansone, che ha lavorato al Teatro Potlach e il Teatro Proskenion. Durante le due ore trascorse insieme ascoltiamo i pareri degli invitati e ne discutiamo, definendo meglio la funzione dello Y.I.A.S. ovvero quella di costruire una rete, di fare da ponte tra l’artista e lo studioso. Inoltre, esprimiamo le principali qualità del mediatore: l’imparzialità e l’intraprendenza, intesa come spirito d’iniziativa…

Siamo in Piazza Gramsci nel pomeriggio e dopo una merenda con anguria, ciambella, e caffè, i ragazzi sono impegnati con le prove. Verso le 18:30 iniziano gli spettacoli. La prima performance è “Dietro agli occhi” di Chiara Corbetta e Alessia Rea, che hanno anche partecipato in questi giorni alla residenza culturale. Danzano sulle note di un brano di Domenico Modugno, “Ballata per un matto”, sprigionando energia e leggerezza; tra loro vedo una grande complicità.

È arrivato il turno dei partecipanti e dei ragazzi della Compagnia Icore con “RESTLESS”: ho apprezzato molto vedere l’esito del laboratorio conoscendo il processo di creazione, di adattamento allo spazio, e l’apporto dei ragazzi allo spettacolo. La scenografia della piazza con l’edificio abbandonato, i corpi e i volti degli attori pitturati, oltre alle musiche di Luca, il sound-designer, hanno enfatizzato il senso di smarrimento dell’individuo senza pace, senza riposo.

Gli spettatori, che si affacciano anche dai balconi che danno sulla piazza, sono affascinati dallo spettacolo tanto da far partire l’applauso a metà della rappresentazione.

All’ultima cena è invitata tutta la comunità melissese e serviamo varie pietanze locali: pasta al forno, torte salate, mozzarella di bufala e salame calabrese e anche una parmigiana di melanzane, portata generosamente dal vice-sindaco Carmine Macrì.

Dopo la cena ci rechiamo in Piazza del Popolo per seguire lo spettacolo “Favole di sabbia: C’era una volta” di compagnia Teatrop. Greta Belometti utilizza una tecnica di disegno particolare, la Sand Art, senza matite, né pennelli… sfiorando le dita sulla sabbia, posta su un piano luminoso collegato ad un proiettore, definisce i contorni e le sagome di una storia, quella de “Il pifferaio magico”, il tutto accompagnato dalla voce narrante di Pierpaolo Bonaccurso. Questo miscuglio tra racconto e disegni di sabbia mi ricorda di quando da piccola, sulla spiaggia della Riviera Romagnola, passavo ore sulla battigia, con mio babbo, a creare sculture di animali marini, forse un po’ fantastici…

Entrare a far parte, come volontaria, dell’organizzazione di RaMe2020 alla sua edizione 0, mi ha permesso di osservare i punti di forza della pianificazione e della gestione dei materiali e degli spazi, come anche i suoi punti deboli, o meglio, i suoi rischi. Infatti le fatiche sono molte, i ritmi sono serrati e le mani poche. Ma da una realtà così piccola e familiare ho colto quel che è più prezioso: l’intesa e il rapporto di fiducia che si intesse tra persone unite dalla passione delle arti, dall’esplorazione culturale, dalla sete di resistenza e di cambiamento.

È stata un po’ una corsa, ma il tempo si è anche dilatato. Sono trascorsi tre giorni di festival e mi è parso di abitare le piazze, le strade, il campetto da calcio di Melissa, insieme a tanti compagni. A tutti loro e in particolare ai ragazzi di Teatro Ebasko, va un mio grande grazie.

Irene Tacconi

«La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi apporti delle civiltà straniere…»

(Léopold Sédar Senghor)

Pubblicato da news/blog Teatro Ebasko

Nato a Bologna nel 2015, sceglie il suo nome dal greco antico ἡβάσκω: “prendere forza, divenire giovani”. Teatro Ebasko è un gruppo di ricerca teatrale che attraverso la sperimentazione di differenti linguaggi artistici investiga le funzionalità del corpo in scena. Mira a valorizzare la connessione tra musica e teatro in uno slancio di rinnovamento continuo. Intendiamo l’idea di “prendere forza” come sinonimo di acquisire progressivamente conoscenza e tecnica; il riferimento principale è il sentimento di gioventù che come pionieri adolescenti ci spinge alla volontà di scoperta. Il gruppo predilige la dimensione del laboratorio permanente, radicato al territorio circostante e in confronto quotidiano con la società; trova nella creazione di spettacoli lo strumento migliore per condividere e creare consapevolezza, nell’intento di rafforzare l’esperienza collettiva e prendere coscienza di quella individuale.

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