TEATRO E WEB

Faremo mai uno spettacolo su Animal Crossing?

Mai come nel 2020 abbiamo avuto modo di sperimentare luci ed ombre del web: quando ci siamo trovati ad essere fisicamente soli nelle nostre case, lontani dagli affetti e addirittura, in alcuni casi, senza nemmeno i nostri coinquilini, ci siamo accorti di poter essere virtualmente più vicini di quanto pensassimo e che tutta la nostra vita poteva essere trasferita su un dispositivo come un tablet, un computer, uno smartphone, tra uno smartworking, un webinar, una lezione universitaria o scolastica, un esame, una videochiamata su Zoom, Hangout e, per i più romantici, Skype.

Ovviamente questo è stato anche il periodo d’oro delle piattaforme di streaming, in primis i due super colossi Netflix e Amazon PrimeVideo. È stato lanciato Disney+ per rispondere al grido “Qualcuno pensi ai bambini!” e piazzare i pargoli davanti al live action del Re Leone. PornHub si commenta così come lo si fruisce: da solo.  

Addirittura, abbiamo assistito a feste di laurea e matrimoni celebrati sul videogame Nintendo Switch Animal Crossing: New Horizon. Una strategia di marketing migliore di questa, con tutta la gente tombata dentro casa, forse non capiterà mai più.  

Ma la cosa più sorprendente e inaspettata è stata la velocità, l’efficienza e la cura dei server del sito dell’INPS, che si è dimostrato all’altezza nella gestione dell’emergenza economica di mezzo Paese così come l’umanità è in grado di spedire un uomo sul Sole.

E i complottisti stappano bottiglie di Dom Pérignon, brindando con “NON CE NE COVIDDI!” con indosso i loro gilet da cantiere ed elmetti anti onde magnetiche da 5G. 

La scuola, che già se la passava benissimo, è diventata un drammatico esempio dello spaesamento generale, dove tenerle aperte e in sicurezza è un po’ come giocare agli Hunger Games. Siamo passati dal menefreghismo più totale sul fatto che ogni giorno, in un qualsiasi edificio risalente all’unificazione d’Italia, il tetto poteva cadere sulla testa all’isteria ipocondriaca per mettere banchi monoposto o banchi skateboard, gel disinfettante e mascherine. Mi sa che un giorno ci entrerò in una scuola, ma solo per andare in bagno e commuovermi alla vista di un dispender del sapone e un rotolo di carta igienica. Ai miei tempi, simili lussi erano per edonisti!

Sì, ma cosa c’entra questa premessa col teatro?

C’entra perché in questa situazione, dove l’emergenza sembra essere finita (sembra, ma voi la mascherina e il distanziamento fatelo!) almeno nella sua fase acuta, il futuro è più torbido di prima. Usciamo di casa e ogni giorno compare un nuovo obbligo, un nuovo coprifuoco, una cosa che prima si poteva fare, ora no, domani sì però con questo accorgimento, da domani si cammina solo sulle mattonelle dispari …insomma, non si capisce una cippa.

Gli eventi dal vivo potrebbero avvenire all’interno di piazze virtuali, dentro le mura di casa, davanti ad una telecamera. Complice anche il fatto che la bella stagione estiva sta per finire e, senza cadere in un nuovo lockdown generalizzato, è possibile che la nostra vita si svolgerà sempre più al chiuso. Un po’ per paura (perché in estate i vairus hanno caldo e non attaccano, preferiscono farsi il bagnetto a mare, mentre d’inverno scoprono di essere molto affezionati alle persone…), un po’ per atavica pigrizia e procrastinazione potente.

Uno dei disagi causati dalla pandemia, come tutti sappiamo, è stata la chiusura totale dei cinema, teatri, musei, biblioteche e librerie e l’annuncio della loro riapertura sembrava una battuta di “Tre uomini e una gamba”. Sì, ma niente di serio.

Per i teatranti la pandemia è stata un po’ percepita come il battere del martello sui chiodi della bara e nella corsa ai ripari, qualcuno ha osato dire e anche solo pensare l’impensabile: un Netflix del teatro…fare. Teatro. Online! Ogni volta che un Ministro per i Beni e le Attività Culturali pronuncia Netflix e Teatro nella stessa frase, un purista con mal celati risentimenti tecnofobi ha un coccolone e crepa.

Fu così che dal cielo cadde una pioggia di Madonne e di Santi sulle note dell’Inno d’Italia e del repertorio di Sanremo dai balconi, uno scenario da piaga biblica che ha contornato una situazione che si è fatta subito incandescente. Alla sinistra dell’Arena abbiamo i sostenitori della purezza dell’arte teatrale che ripudiano con furiosissimo sdegno la versione digitalizzata del teatro, portando sul banco dell’accusa le ragioni che questa pratica minaccerebbe i rapporti e causerebbe la mancanza del contatto umano; alla nostra destra, i favorevoli all’idea di condividere sul web le proprie opere, spettacoli, laboratori teatrali, consapevoli del fatto che questa situazione fuori dall’ordinario potrebbe andare per le lunghe e bisogna comunque premunirsi.

Cosa pensare della prospettiva di fare teatro in una piazza virtuale?

Sinceramente, credo che la verità stia sempre nel mezzo.

Tornando ad essere seri, la questione appare più complessa di quello che sembra. C’è sicuramente di mezzo uno scontro generazionale tra chi fa teatro dentro un edificio da 500 e più posti a sedere e con una campagna di abbonamenti che lo ripara dal tracollo economico e chi, invece, è costretto a barcamenarsi tra l’affitto, l’acqua calda, la corrente e il riscaldamento, o deve decidere quale di queste necessità sia rinunciabile.

E lo sapevate che, in generale, i primi sono quelli che pubblicano i bandi per i secondi, per gli under35, per aiutarli a trovare il loro posto nel mondo? Che personcine adorabili. Ma non dimentichiamoci che l’essere anziani è uno state of mind, ergo puoi essere vecchio anche a 22 anni.  

Da una parte è vero che non si può pensare di fare teatro nel web. Sarebbe un’altra cosa, verrebbe meno la peculiarità stessa del teatro. La presenza e il confronto, la possibilità di fare esperienza dell’alterità. Perché andare a teatro, entrare in uno spazio altro e stare lì per due ore, sperimentando una realtà “doppia” e parallela non è esattamente la stessa cosa dello stare seduti sul letto, in pigiama con un triangolo di pizza in mano. Così come non è la stessa cosa seguire un film, un concerto, una mostra d’arte dai pixel di un monitor.

Dall’altra, però, c’è sempre la necessità per il teatro di richiamare a sé l’attenzione delle persone e di superare l’idea che lo vede come roba da ricchi, da borghesi o da radical chic, da studiosi, un teatro intellettualoide e solipstistico.   

La ragione del perché, come gruppo, stiamo iniziando a fare contenuti online come il blog, il sito, i social media, è proprio perché noi abbiamo scelto la formula del teatro di gruppo e del teatro di strada, cioè di fare tutto il contrario del normale iter del teatro “tradizionale”. Scusate se uso queste etichette, ma è per capirci.

Siamo consapevoli che stiamo prendendo ispirazione da realtà che ci hanno preceduto e che tutt’ora mantengono viva questa formula e la trasmettono attraverso corsi di formazione, workshop, convegni ecc. In fondo, l’originalità è la cosa più antica del mondo.

Ma siamo anche consapevoli che un gruppo di artisti debba saper cavalcare l’onda della propria epoca, dei cambiamenti che possono avvenire. E non potremmo chiamarci come ci chiamiamo, “Ebasko”, dal verbo greco che significa ringiovanire, rinnovarsi, se noi stessi fossimo i primi ad ancorarci dentro un modo di pensare anacronistico.

Non sappiamo ancora se faremo tutta la nostra attività online, magari anche spinti dalla necessità di sopravvivere in un mondo che brucia da solo. Sappiamo, però, che questi nuovi modi di costruire relazioni, per quanto possano spaventarci all’inizio, diventeranno col tempo normali. Forse troveremo il modo di umanizzare anche le macchine…lo stiamo già facendo.

Facci sapere cosa ne pensi nei commenti. Se sei interessato alle nostre attività, ti invitiamo a seguirci sui nostri canali

INSTAGRAM https://www.instagram.com/teatroebasko/

FACEBOOK https://www.facebook.com/teatroebasko/

SITO WEB https://teatroebasko.com/

Pubblicato da news/blog Teatro Ebasko

Nato a Bologna nel 2015, sceglie il suo nome dal greco antico ἡβάσκω: “prendere forza, divenire giovani”. Teatro Ebasko è un gruppo di ricerca teatrale che attraverso la sperimentazione di differenti linguaggi artistici investiga le funzionalità del corpo in scena. Mira a valorizzare la connessione tra musica e teatro in uno slancio di rinnovamento continuo. Intendiamo l’idea di “prendere forza” come sinonimo di acquisire progressivamente conoscenza e tecnica; il riferimento principale è il sentimento di gioventù che come pionieri adolescenti ci spinge alla volontà di scoperta. Il gruppo predilige la dimensione del laboratorio permanente, radicato al territorio circostante e in confronto quotidiano con la società; trova nella creazione di spettacoli lo strumento migliore per condividere e creare consapevolezza, nell’intento di rafforzare l’esperienza collettiva e prendere coscienza di quella individuale.

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