TEATRO DI STRADA

Quando il tetto sopra la tua testa è un tappeto di stelle

“Io non sono un artista di strada. Saprò pure usare il fuoco, esibirmi sui trampoli, sarò un artista di strada, ma vi assicuro che non sono una pornostar!”

La semi-citazione ad Abe Simpson non è solo per dare un colore geek all’articolo, ma un modo per introdurci a questo argomento: il teatro di strada.

C’è sempre molta confusione quando si parla di arte di strada proprio perché ci troviamo davanti ad un genere che vanta una lunga, ricca e complessa storia, una tradizione di fatto. Ma questa tradizione, come la definisce Fabrizio Cruciani [1] è una “tradizione irrisolta”. Irrisolta perché, a causa della sua natura anarchica e controcorrente rispetto al teatro istituzionale, solitamente se ne trascura il valore artistico. L’artista di strada viene bullizzato dal teatro “maggiore”.

Possiamo negarlo quanto ci pare, ma indubbiamente c’è una gerarchia non stabilita tra il teatro borghese e il teatro di strada. Il primo è considerato come teatro colto, ricercato, che affronta temi complessi e universali, è teatro di ricerca e cattura l’interesse sia degli spettatori sia degli studiosi.

L’altro, invece, è volgare, nel senso latino del termine “vulgus”, del volgo o del popolo, che parla di tematiche minori, anzi che spesso non affronta nessuna tematica! Ma sì, sono artisti straccioni che mettono al centro della piazza un cappello bucato o la custodia della chitarra con alcune copie di un album registrato dalla casa discografica “Mannaggia la miseria” di proprietà di un amico, suonano la loro cover di Lucio Dalla e fine, chiudiamo teatrino e burattini e tutti a casa per le 20.

La questione, come sempre, è molto più complessa di quello che sembra.

Ma partiamo dal principio: l’arte di strada, come già detto, vanta una lunga storia. Possiamo dire che fin dal mondo greco abbiamo esempi di arte di strada. Infatti, i primi edifici teatrali, gli anfiteatri, erano aperti. Pensate che stress per gli organizzatori dell’epoca dover programmare un evento all’aperto senza le previsioni del meteo! Quanti biglietti da rimborsare, quanti voucher da emettere e avere a che fare con una folla di gente arrabbiata davanti ai botteghini! E ci credo, ti prenoti la curva di pietra col cuscino in omaggio con mesi d’anticipo e poi… niente! Te ne stai lì con le mani in tasca. Anche se i greci non avevano le tasche.

Per fortuna, avevano inventato lo stratagemma di fare i “festival” dell’epoca, tipo le Grandi Dionisie, in estate. Se piove, è perché Dioniso non approva. Ma prima ancora di questi edifici, spesso i luoghi di spettacolo erano le piazze stesse, le agorà, luoghi d’incontro per eccellenza dove si riunivano sofisti, matematici, retori, politici. Tutta la vita di un greco medio si svolgeva in aperta piazza. E chi si esibiva nelle rappresentazioni teatrali? Ancora non c’erano gli attori, gli individui singoli, ma il coro. Un’aggregazione di persone che parlava all’unisono come un’entità unica, rispondendo all’esigenza di dare voce alla comunità.

Nel ‘500, in Italia, nasce un’altra forma di arte di strada che col tempo è diventata un modello invidiato da tutte le corti d’Europa: la Commedia dell’Arte. Ci sarebbero mille cose da dire al riguardo, a cominciare dal fatto che questi artisti hanno poi ispirato altri generi teatrali diversi, come l’organizzazione impresariale del Teatro d’Opera e la Biomeccanica di Mejerchol’d. Ma per brevità (e anche per non giocarmi tutti gli argomenti in una volta) mi limiterò a dire che questi artisti hanno dato vita a due concetti fondamentali per ogni teatrante:

  • la professionalità: questi qua si consideravano dei professionisti perché dietro la preparazione di un loro spettacolo, c’era un lungo processo di creazione composto da un allenamento fisico costante, la creazione di un repertorio e di una compagnia con dei ruoli artistici ben definiti. E soprattutto l’attitudine impresariale che ha generato il superamento della forma precedente, ovvero il teatro di corte che veniva finanziato dalle tasche dei Principi e Signori, i quali, intanto, promuovevano la cultura e si scontravano a vicenda su chi avesse la corte più ricca e maestosa.
  • l’essere girovaghi, il nomadismo, l’andare in tournée, insomma. Esportavano il loro lavoro per l’Italia e per l’Europa, si piazzavano nelle piazze (scusate il giro di parole) più belle e più trafficate per catturare l’attenzione dei passanti e li stupivano con i loro numeri, le maschere, le “improvvisazioni”.

Prometto che in futuro approfondirò meglio l’argomento, ma se nel frattempo vi ho fatto salire la scimmia di saperne di più, vi lascio un consiglio di lettura: “Commedia dell’Arte: la Maschera e l’Ombra” di Roberto Tessari.

(link: https://www.mursia.com/index.php/it/spettacolo/tessari-r-commedia-dell-arte-la-maschera-e-l-ombra-detail).

Comunque, tornando a noi. La breve parentesi storica ci fa capire che l’arte di strada ha un suo passato più che dignitoso, direi glorioso.

Ma allora perché il teatro di strada non ha la stessa attenzione che riceve il teatro istituzionale?

La prima ragione potrebbe essere proprio la natura anarchica, non controllata da un organo centralizzato ma, al contrario, composta da una serie di realtà autonome l’una dall’altra a destare questo senso di horror vacui, questa paura verso il Caos.

È necessario chiarire che non si parla di teatro di strada solo perché gli artisti si esibiscono all’aperto. C’è anche una differenza fondamentale tra una compagnia che sceglie, decide di esporsi e di costruire uno spettacolo che è pensato per gli spazi aperti e chi si esibisce nelle piazze perché non ha altre alternative.

Alla base della ricerca per un nuovo spettacolo di strada c’è sempre l’esigenza di suscitare il senso della sorpresa: trasformare una realtà che per lo spettatore è sempre la solita minestra in un mondo nuovo, differente e animato da figure impossibili come degli attori sui trampoli che compiono dei piccoli “agguati”, sbucano dalle stradine di un centro storico, una zona pedonale, le vie di una periferia e ne capovolgono il senso, lo risemantizzano. Questo agguato pacifico assume un significato fortemente politico: nei centri storici è un modo per riaffermare l’esigenza di abitare un centro che, il più delle volte, viene estromesso agli abitanti autoctoni in favore di un turismo di massa, trasformandolo in una semplice cartolina per turisti (a parte che pure gli eventi artistici aiutano a richiamare un certo turismo più ricercato, un turismo culturale che non degrada la città e continua a far crescere l’economia); in una periferia, come hanno dimostrato diversi esempi di decentramento, può essere un modo per superare la logica del “quartiere dormitorio”. 

Insomma, non si lavora all’aperto come se un posto vale l’altro, ma si lavora con lo spazio attraverso una drammaturgia.

Ma scusate, la drammaturgia non è il testo?

No. Non solo.

La drammaturgia non è solo un insieme di parole, battute, i dialoghi che gli attori devono imparare a memoria. E non è nemmeno la semplice narrazione, il contenuto dello spettacolo e basta.

La drammaturgia è il modo con cui lo spettacolo dialoga con gli spettatori e con lo spazio.

Mi spiego peggio.

Se noi un domani avessimo la possibilità di fare uno spettacolo in un posto come…mah, tanto per dirne una, dentro il Colosseo, apperò che figo! Ma non possiamo permetterci di fare il nostro repertorio dentro al Colosseo con lo stesso atteggiamento che avremmo se ci esibissimo nel palchetto di una cantina. Dobbiamo sfruttare questa occasione per riadattare lo spettacolo allo spazio in cui ci esibiamo, al tipo di pubblico che viene a vederci. E qua non si tratta solo di stabilire nuove entrate, uscite o roba del genere. Ma, per esempio, rievocare la funzione che quello spazio aveva. Il fatto che qualsiasi cosa avvenisse là dentro doveva prevedere una visione a 360 gradi; il fatto che gli spettatori intervenissero, inneggiando per il gladiatore X e non per lo sfigato Y, o per il leone a discapito del gladiatore. Insomma, non è che l’imperatore di turno metteva pollice in su o in giù a cuor leggero (ecco un’epoca dove un like faceva la differenza fra la vita e la morte).

Fare teatro di strada ha delle implicazioni artistiche e politiche nel senso generale del termine. Non la politica spicciola da salotto televisivo, non il carnaio della logica dei partiti.

Politica, appunto, come senso di appartenenza ad una comunità.


[1] Cruciani F. – Falletti C., Promemoria del teatro di strada, Edizioni Teatro Tascabile Bergamo / Teatro Telaio Brescia, Brescia, 1989

Pubblicato da news/blog Teatro Ebasko

Nato a Bologna nel 2015, sceglie il suo nome dal greco antico ἡβάσκω: “prendere forza, divenire giovani”. Teatro Ebasko è un gruppo di ricerca teatrale che attraverso la sperimentazione di differenti linguaggi artistici investiga le funzionalità del corpo in scena. Mira a valorizzare la connessione tra musica e teatro in uno slancio di rinnovamento continuo. Intendiamo l’idea di “prendere forza” come sinonimo di acquisire progressivamente conoscenza e tecnica; il riferimento principale è il sentimento di gioventù che come pionieri adolescenti ci spinge alla volontà di scoperta. Il gruppo predilige la dimensione del laboratorio permanente, radicato al territorio circostante e in confronto quotidiano con la società; trova nella creazione di spettacoli lo strumento migliore per condividere e creare consapevolezza, nell’intento di rafforzare l’esperienza collettiva e prendere coscienza di quella individuale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web su WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: